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Caccia al fascicolo. Lo sport (meno) preferito dagli avvocati

È uno sport in voga tra gli avvocati (obtorto collo) negli ultimi anni . Si pratica nei Tribunali, specie quelli più grandi e ultimamente, con la nuova geografia giudiziaria, sta prendendo sempre più piede.
Le regole sono semplici: il povero fascicolo d’ufficio (che si estinguerà definitivamente il prossimo giugno 2014) deve cercare di nascondersi e non farsi trovare dagli avvocati, i quali hanno la pretesa di avanzare diritti nei suoi confronti.
Ha molti luoghi, in Tribunale, per nascondersi: sotto le scale, in oscure stanze, su carrelli in attesa di essere lavorato. Ma non solo. A volte viene pure portato via da valorosi aiutanti, destinato in locali distanti e sconosciuti.
Ma l’aiuto maggiore, spesso, viene dato dai cancellieri, veri e propri folletti tutto (non) fare, che li gestiscono.
Questa mattina mi sono purtroppo “divertito” in questo sport.
Nel mese di settembre avevo fatto una rinuncia ad una esecuzione, presentata all’ufficio iscrizioni (dove il fascicolo si era inizialmente nascosto) depositando congiuntamente l’istanza di ritiro del titolo per procedere ad una diversa esecuzione.
In questo caso doveva servire l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, quindi il furbo fascicolo veniva trasportato in cancelleria. Ma non da subito. È stato necessario un mio sollecito alla cancelliera la quale l’ha poi richiesto.
Ad oggi sono passati due mesi dall’istanza di settembre.
Non vedendo nulla dai terminali allo studio (si doveva visualizzare l’autorizzazione del GE al ritiro), mi sono recato nuovamente in cancelleria. Il tremendo e sfuggente fascicolo, però, non era più lì, ma era stato restituito ai piani interrati, questa volta in archivio.
La ragione ?
Dal mese di ottobre (quindi dopo la mia istanza) una circolare del simpatico Tribunale ha previsto l’automatica restituzione del titolo originale, senza passare per il Giudice, nel caso di estinzione per rinuncia.
Ma nessuno mi ha avvertito, e nessuna comunicazione affissa fuori dalla cancelleria.
Questo fascicolo si è dimostrato furbo come una volpe.

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Il processo suppone la verità, suppone che si creda alla verità.

Quid est processum ? Il processo è la ricerca della verità.

Una verità però processuale, che non potrà mai (o difficilmente potrà) essere sovrapponibile alla verità sostanziale. Per Calamandrei la verità giudiziale era “quel surrogato della verità che è la verosimiglianza” (cfr. Verità e verosimiglianza nel processo civile, 1972).

Una verità che, in perfetta coerenza con il relativismo politico della democrazia, come quella attuale, tende spesso a rimettere il suo accertamento nelle mani del voto popolare, dell’opinione pubblica, quando questa viene strumentalmente coinvolta.

Ma il pubblico, la sua opinione, l’informazione giornalistica (specie televisiva) nel sostituirsi alla figura del giudice, soggetto terzo e quindi fulcro della certezza della verità, pone in essere la negazione stessa del giudizio.

Dal primo esempio di capo politico democratico che in una questione controversa si rivolge al popolo e si attiene alla sua decisione, ne sono passati di anni. Dal Pilato miscredente e non credente nella verità giudiziale, si contano -e si ripetono- nella storia innumerevoli abdicazioni dei giudici a favore del veto, e dell’urlo, popolare.

Dal processo di Gesù in poi, insomma, abbiamo assistito a molti, troppi, giudizi in cui il vincitore celebra sul vinto le conseguenze della volontà plebiscitaria dell’opinione pubblica. E che questa risulti pure facilmente orientabile da chi ne ha interesse, non è cosa da tenere in secondo ordine.

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Soppressione dei tribunali minori

La giustizia è come una fisarmonica. Ma di quel bellissimo strumento musicale ha preso solo l’aspetto dinamico, non anche il riflesso soave del suono. Se ci sono i soldi, la macchina della giustizia si espande, si estende, crea tribunali, aumenta gli organici. Così è successo tanti anni fa quando, ad esempio nel circondario di Roma, si decise di circoscrivere la competenza del tribunale di Roma entro il (sacro) G.R.A. aumentando i tribunali limitrofi; furono felici i magistrati rimasti nella capitali (già privilegiati), un po’ di meno chi fu costretto a prendere funzione distante dalla residenza romana. Oggi (meglio, dal 14.9 scorso) si torna indietro. Ma guai a restituire competenza territoriale al tribunale di Roma oltre il raccordo anulare.

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